I limiti della realtà umana. La rubrica del dottore Federico Mavilla

federico mavilla

Nella quotidianità del mio lavoro, purtroppo, sono costretto ad assistere pazienti, la cui malattia, in specie nelle forme gravi, fa cambiare inevitabilmente la vita di loro e di tutta la famiglia. E’ un’esperienza difficile, inaccettabile per chi la vive, mentre per chi non è direttamente interessato, è invece come una notizia che si ascolta in tv o si legge sui giornali, quindi come se a noi non potesse accadere mai, come se fossimo liberi e preservati di tali ineluttabili esperienze.

Indescrivibile e angosciante è il momento di quando una malattia (o il sospetto) lambisce un medico o i suoi familiari, quando l’uomo di scienza deve sperimentare il dramma dei suoi pazienti !!!!
Fortunatamente, ancora, non ho personalmente vissuto un’esperienza del genere, ma desidero narrarvi il dramma provato da un mio caro e noto collega friulano, che in una lettera accorata mi metteva a conoscenza del difficile momento che aveva vissuto.
“Era mattina presto, mi diceva al telefono che aveva forti dolori addominali, ma non era una paziente qualsiasi: era mia figlia che chiedeva aiuto. Sono corso: i dolori erano forti, il viso sofferente e il male si accentuava premendo l’addome. Ipotizzai una patologia ginecologica e, sentita una collega, la portai in pronto soccorso.
Visitata, e fatta una ecografia, fu diagnosticata un’ emorragia intra-ovarica, cosa non preoccupante che con le cure avrebbe dovuto sistemarsi in breve tempo. I dolori sparirono, ma i controlli ginecologici successivi non videro un miglioramento e l’ecografiamostrava un aumento volumetrico di un ovaio di dubbia interpretazione.
Il primario ginecologo che l’aveva presa in carico, una collega di grande esperienza e capacità, mi disse che era necessario un intervento in laparoscopia per chiarire il quadro. In questi momenti pensi sempre male e ti assalgono dubbi e paure.
Avevano sì cercato di rassicurarmi, ma ritenevano opportuno un intervento chirurgico, segno che non c’erano certezze. E ciò non mi lasciava tranquillo. In questi frangenti non sei più un medico e, in più, maledici di essere oncologo. Quante volte nella pratica clinica avevo sperimentato situazioni simili. Quante volte avevo venduto serenità covando dentro di me dubbi. Se non fossi stato medico, forse non mi sarei allarmato in questo modo.
Il sospetto di un cancro ti taglia le gambe. La lucidità di giudizio salta. Pensi le cose più brutte, ti assale l’angoscia della morte e di una vita che può spezzarsi. Vorresti addormentarti per non pensare, vorresti risvegliarti al mattino con animo leggero, ma non è possibile.
Appena apri gli occhi pensi a quando non avevi pensieri e, a torto, non gioivi di quella serenità, del fatto che vergognosamente ti lamentavi di inezie e che altre erano le cose serie. Vorresti che tutto finisse in fretta e che l’esito fosse favorevole.
Mi sono ritrovato, come un padre qualsiasi, a cercare un medico amico con cui approfondire la situazione, ad avere alti e bassi dell’umore in cui si alternano lucidità e irrazionalità. Avevo voglia di sfogarmi e non trovavo con chi parlare. Nella disperazione, anche se non sei credente, ti attacchi alla fede per continuare a sopportare quelle ore di angoscia. Ho toccato il fondo della mia impotenza di uomo e di medico di fronte a una malattia che può sconvolgere la serenità della tua vita e della tua famiglia. Quante volte ho detto, magari con superficialità, a un malato grave o ai suoi familiari, portate pazienza. Ora toccava a me sperimentare una situazione pesante e chiedermi se con me i medici erano sinceri mentre io continuo a dubitare. L’attesa di un responso è spasmodica, aspettavo i risultati col cuore gonfio, e mi arrabbiavo per essere così debole. Capivo quanto possano essere fragili le certezze cliniche che mi avevano accompagnato in tutta la tua vita di oncologo.
Capivo come, in questi frangenti, un parente voglia saperne di più della malattia e come si affidi ciecamente nelle mani di chi ha scelto per le cure e come quest’ultimo debba sentirsi un privilegiato. Sei un genitore che sa di medicina, ma questo non conta nulla. Sei magari stato importante nel tuo settore, ma ti senti una nullità quando la Croce cade sulla tua testa.
E quando le cose sono andate bene vorresti abbracciare quelli che ti hanno risolto la situazione, che con professionalità ti hanno tirato fuori dal guado, che ti hanno ridato ottimismo per il futuro e ti hanno detto che è tutto a posto.
Questa vicenda, fortunatamente si è conclusa bene, l’intervento è stato fatto in modo ottimale, è stata scongiurata la presenza di una malattia tumorale(si trattava fortunatamente di un brutto cistoma ovarico), mi ha fatto cogliere i limiti della realtà umana, mi ha insegnato che devi sempre avere presente la sofferenza di chi ti sta di fronte e che se hai avuto la fortuna di fare il medico, devi essere partecipe anche di un disegno di felicità per i tutti i tuoi simili.”
Che dire, quando ho finito di leggere la lettera, mi sono reso conto che l’impegno che ho, tanto tempo addietro, assunto di esercitare la mia professione, deve necessariamente coesistere con l’affermazione che l’esperienza del dolore e della sofferenza accompagnano tutti gli uomini dalla culla alla tomba.
“Benessere” e “malessere”, “piacere” e “dolore” sono infatti esperienze primordiali, a cui è soggetto l’essere umano fin dalla nascita e lungo tutto l’arco della sua esistenza, e nessun essere umano può sfuggire ad esperienze del genere.

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